Siamo l’esercito (clericale) del selfie, tra migranti e spilline*

 

Come sacerdote trovo sempre difficile da applicare un passo del Vangelo di Matteo:

«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Si sa: l’uomo è vanaglorioso e come tale trova sempre grande difficoltà ad operare gratuitamente. E il sacerdote resta, fino a non facile prova contraria, un uomo con tutti i suoi difetti. Praticando il bene c’è sempre la tentazione di un tornaconto personale, anche quando non c’è una ricompensa monetaria, il guadagno si può sempre lucrare in fama, in prestigio, i visibilità e, naturalmente, in like.

Possiamo forse sprecare tanto ben di Dio? Certo che no. Così oggi, noi preti, non cerchiamo più anime da salvare ma like da collezionare. Presto detto: abbiamo compiuta una azione di carità? Ecco pronta la foto su Instagram! Un politico che detesto ha espresso un parere? Non indugio a castigarlo andando giù duro di Twitter! Individuo la foto di un prete in pianeta e manipolo? Ecco già pronto il commento sprezzante e sarcastico su Facebook o sul blog di turno! Gli esempi si potrebbero moltiplicare, ma la sostanza di fondo rimane sempre la stessa: siamo felici di aver praticato la nostra giustizia,quella che piace tanto al mondo. E per quanto mi dolga a dirlo, agendo a questo modo noi preti non siamo più pescatori di uomini, come il beato apostolo Pietro (cf. Mt 4, 19), ma pescatori di followers. Siamo davvero saturi di preti internettiani che ricercano visibilità: James Martin — noto apostolo del mondo arcobaleno e della Chiesa in uscita — Alex Zanotelli, Giorgio De Capitani, Mauro Leonardi e altri ancora che si arrampicano sulla scalata della notorietà, semmai per raggiungere la fama di vere e proprie star: Antonio Mazzi e Luigi Ciotti.

Lungi da me il provare invidia o risentimento per questi confratelli, che in me suscitano solo sconforto, avendo scelto di percorrere uno stile sacerdotale non conforme ma molto comune al giorno d’oggi; uno stile che Gesù non condivide assolutamente, perché la platealità non rientra tra le caratteristiche del discepolo. Infatti, il far parlare di sé, a mio modo di vedere non costituisce mai una scelta saggia (cf. Lc 6,26). Il sacerdote, deve esercitarsi in una trasparenza dietro la quale deve manifestarsi Cristo; e questo genere di cammino di perfezione, richiede tutta una vita.

I vecchi Florilegi di santità, che venivano letti nei conventi durante i pasti del tempo quaresimale, custodivano una bella espressione: «Egualmente insensibile alle lodi e ai disprezzi». Perché questo è l’uomo illuminato da Dio, che si dimostra trasparente e insensibile a ciò che può costituire un merito o un demerito. Ciò non vuol dire disprezzare i doni o i carismi personali, anzi è più che mai doveroso riconoscere che quanto posseggo non mi appartiene ma è grazia di Dio, quindi non posso vantarmene. Le stesse critiche non sono la parola definitiva di Dio sulla mia esistenza, quindi sono ininfluenti.

Condivido il pensiero del Card. Robert Sarah quando dice:

«Più siamo rivestiti di gloria e di onore, più siamo elevati in dignità, più siamo investiti di responsabilità pubbliche, di prestigio e di incarichi nel mondo, come laici, sacerdoti o vescovi, e più dobbiamo progredire nell’umiltà e coltivare con cura la dimensione sacra della nostra vita interiore cercando costantemente di vedere il volto di Dio nella preghiera, nell’orazione, nella contemplazione e nell’ascesi. Può succedere che un sacerdote buono e pio, una volta elevato alla dignità episcopale, cada rapidamente nella mediocrità e nella preoccupazione di avere successo negli affari del mondo. […] Manifesta nel suo essere e nelle sue opere una volontà di promozione, un desiderio di prestigio e una degradazione spirituale. Finisce per nuocere a se stesso e al gregge di cui lo Spirito Santo lo ha stabilito custode per pascere la Chiesa di Dio, che si è acquistata col sangue del proprio Figlio. Corriamo tutti il pericolo di essere monopolizzati dagli affari e dalle preoccupazioni del mondo se trascuriamo la vita interiore, la preghiera, l’orazione, lo stare ogni giorno faccia a faccia con Dio, l’ascesi necessaria a ogni contemplativo e a ogni persona che vuole vedere l’Eterno e vivere con Lui» (cf. Robert Sarah, “La forza del silenzio”, Cantagalli, 2017, pp. 35-36).

Il 16 febbraio sul sito di Avvenire compare questa notizia: «Migranti. Il selfie del Papa con la spilla “Apriamo i porti!”». Annuncio e immagini dinanzi alle quali qualcuno ha fatto giustamente notare che oggi, tra tante cose da aprire, il Vangelo ha la priorità, specialmente in certe curie, conventi, monasteri o seminari … La notizia è però un clickbait molto ben riuscito, il web impazzisce per certe cose ed il chef executive officer la fa da padrone, insomma: bel colpo Avvenire! Tralasciando il titolo a grande effetto, la notizia che segue riporta che don Nandino Capovilla si è avvicinato al Sommo Pontefice durante l’incontro sulle Migrazioni a Sacrofano e, tra saluti e baci, il Santo Padre ha notato la spilletta «Apriamo i porti!» in mano al sacerdote e, gradendo la cosa, si è prestato per fare un selfie con lui  (vedi qui, qui, qui, qui).

Chiedo scusa a tutti: temo di avere sicuramente bisogno di molta conversione,forse anche di un buon collirio per gli occhi, perché io non riesco proprio a cogliere un messaggio evangelico in tutto ciò. O meglio, il messaggio c’è, ed è evidente che c’è, però è politico e sociale. L’inizio di una giustizia umana che si vuole realizzare attraverso le logiche del mondo.

Il sacerdote così commenta il selfie sul suo profilo Facebook:

SALIAMO SUI TETTI! Coraggiosamente papa Francesco non perde occasione, taglia corto con le esortazioni scontate. Si concede una foto che rilancia quell’ APRIAMO I PORTI che sta unendo cittadini dal nord al sud del Paese e che per i cristiani è obbligo evangelico per essere LIBERI DALLA PAURA.
Da questo titolo del meeting nazionale della Chiesa italiana Francesco è partito per denunciare e rilanciare: “La paura è l’origine di ogni schiavitù e di ogni dittatura.
Sulla paura del popolo cresce la violenza dei dittatori. Noi rinunciamo all’incontro con l’altro per erigere barriere: questo non è umano.
Chi ha avuto la forza di vincere la paura oggi è invitato a salire sui tetti e invitare gli altri a fare altrettanto”.

È vero: bisogna salire sui tetti, sono con te don Nandino, ma sui tetti io ci salgo per annunciare il Vangelo, la Parola di Dio. E detto questo posso informarti che non ho visto molte spilline nell’ospedale dove sono cappellano con su scritto «no aborto!», «viva l’obiezione di coscienza!». Neppure ho visto nelle parrocchie spille inneggianti la famiglia tradizionale, la fedeltà coniugale, la fedeltà al celibato sacerdotale, la difesa delle donne di strada, la tutela dei malati terminali e degli anziani allettati e via dicendo … ma l’elenco potrebbe ancora continuare. E quando eventi di questo genere accadono, sono sempre per mano di laici che vengono subito tacciati di tradizionalismo, di fascismo e di bigottismo. Forse a differenza di noi preti, loro hanno ancora qualcosa di aperto … il cuore. Noi preti abbiamo sempre più bisogno dei selfie per agire e trovare il coraggio, perché ormai il Vangelo non ci pungola più ed è lettera morta. Se per sbaglio lo citiamo, spesso accade che si tratta solo dell’edizione riveduta secondo l’interpretazione de Il Manifesto di Marx ed Engels o del sunto delle Tesi di Martin Lutero.

Caro don Nandino, sono certo che nella tua comunità svolgi un servizio encomiabile, ma la prossima volta evita i selfie e la pubblicità, perché non sono necessari. Il tuo sacerdozio è già convincente così, senza queste cose, perché si basa sulla exousia (autorità, autorevolezza) di Cristo. È poi bene ricordare che quando San Giuseppe Cafasso passava tra i muratori, carcerati, condannati a morte e povera gente del suo tempo, dubito che ricercasse visibilità, tanto meno si lasciava inebriare dal sacro fuoco dell’entusiasmo che può scottare malamente.

Il tuo servizio sacerdotale è prezioso, svolgilo pertanto annunciando Cristo, se lo farai scoprirai che le persone ti cercheranno non perché sei un giusto secondo il pensiero del mondo, ma perché hanno incontrato un ministro di Dio che accoglie, riconcilia, sfama con l’Eucaristia, insegna a pregare e a piegare le ginocchia davanti a una maestà superiore a quella dei social network: il Santissimo Sacramento.

 

*Questo mio articolo è stato pubblicato anche sulla rivista teologica telematica online “Isola di Patmos”

 

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