Premio ‘Póer Màrter’ a Mahmood

 

Ricordo, durante gli anni del mio noviziato in provincia di Bergamo, una tipica espressione dialettale ripetuta in modo particolare dalle persone anziane: L’è ü póer màrter cóme nóter [Trad. È un povero martire come noi].

L’espressione, designa la condizione di colui che ha patito tante difficoltà e sofferenze così come la maggioranza delle persone comuni. Essere un póer màrter  vuol dire riconoscersi solidali con la sofferenza del mondo e auspicare un miglioramento futuro della propria condizione.

Capito questo, mi sento di dare il premio Póer Màrter al vincitore di Sanremo 2019, Alessandro Mahmoud.

Lui la sofferenza l’ha vissuta e sperimentata, ha raccontato al Corriere di non aver avuto più notizie del papà da quando aveva 5 anni:

«Ero così piccolo … I momenti di rabbia sono venuti dopo e li ho superati. Però, ho scritto “Soldi” perché avevo bisogno di fissare i ricordi di qualcosa che poteva andare meglio».

Insomma l’abbandono del padre in tenera età non è certo una cosa da poco, la frustrazione, la rabbia, la perdita, tutte cose che segnano profondamente.

Poi la svolta della musica, il riscatto attraverso questa forma d’arte e di espressione, la partecipazione a X Factor,  il lavoro svolto a fianco di Simona Ventura e le diverse esibizioni.

Arriva il riscatto attraverso il Festival di Sanremo, il suo pezzo “Soldi” si è accaparrato il gradimento degli italiani e anche quello di qualche sacerdote, che ha eletto la canzone a canto liturgico durante la messa (vedi qui, vedi il video).

Sulla pelle di questo ragazzo tutti si sono sentiti in dovere di poter accampare dei diritti.

C’è chi ne ha fatto una bandiera contro il razzismo e l’integrazione degli immigrati in Italia ma Mahmood si è smarcato subito:

«Sono un ragazzo italiano, nato e cresciuto in Italia da madre sarda, sono italiano al cento per cento e quindi non ho nulla da dire rispetto alle polemiche nate intorno al Festival sugli immigrati».

C’è poi chi ha poi indelicatamente sindacato sull’orientamento sessuale del giovane provocando la risposta di Mahmood sulle colonne del Fatto Quotidiano glissando il coming out:

«No mi pongo il problema. L’idea stessa del coming out è un passo indietro, perché presuppone il bisogno di dividerci tra etero e omosessuali. È come per l’integrazione: queste cose, per la mia generazione, esistono già. Se vado a letto con un uomo o una donna non frega niente a nessuno».

Insomma, dopo la vittoria a Sanremo, questo ragazzo è diventato l’idolo delle rivendicazioni del mondo contemporaneo, una manna per un certo orientamento politico che tende a forgiare vitelli d’oro da dare in pasto al popolo desideroso di ricevere un nuovo salvatore a cui sacrificare la propria anima.

Quello che mi rattrista veramente è tutta la realtà occulta che è presente dietro questo giovane, un modo di agire che spettacolarizza i drammi familiari e che usa come curriculum del successo il dolore fisico e morale.

Da uomo e sacerdote, sono solidale con questo giovane per quel che concerne la sua storia personale e le sue traversie, ma nello stesso tempo non posso che provare compassione perché il mondo dello spettacolo e dei media lo utilizzeranno fin quando potranno spremere qualcosa, dopodiché cadrà nell’oblio come tanti illustri predecessori.

Il demone del successo e della visibilità  è capace di manipolare anche il dolore più intimo per produrre soldi, proprio come il titolo della canzone vincitrice di Alessandro Mahmoud … il póer màrter.