Latino e talare salveranno le vocazioni?

1^Parte

 

Vorrei iniziare, partendo con questo primo articolo, una serie di interventi relativi a una lettera molto dettagliata di un confratello sacerdote.

La lettera in questione, è  stata condivisa il 1 febbraio 2019 all’interno del blog del sito MessainLatino.it.

Nel fare questo, non ho intenzione di sollevare polemiche inutili, ma piuttosto cercare un dialogo con i miei lettori e creare uno scambio di idee affinché alcuni nodi che mi lasciano insoddisfatto trovino una soluzione.

Ad ogni stralcio del testo della lettera, farà seguito un mio commento.

Caro……………. [un mio compagno di seminario],

sapendo che sai leggere, scrivere e fare di conto, mi rivolgo a te per chiederti qualche dilucidazione.

+ Mia riflessione: chi lavora per i poveri, gli ammalati, le missioni, gli immigrati…. è degno della massima stima. Ma un giovane può dire: “Se voglio lavorare per i poveri vado direttamente alla Caritas, per i lebbrosi vado al Centro Missionario, per i giovani vado alla Azione Cattolica …: allora, che bisogno c’è che diventi anche prete? Se divento prete, voglio fare una cosa che nessun altro può fare: celebrare la Messa, confessare, sostenere i laici affinché si dedichino alle opere buone.”

Sono sostanzialmente d’accordo con quanto sostenuto dal confratello. La scelta vocazionale e di consacrazione al Signore non coincide con la benemerita attività filantropica. Il sacerdote non è costituito assistente sociale.

Il prete è anzitutto un consacrato, un uomo donato a Dio affinché sia strumento di santificazione e di redenzione per i fratelli.

La sua opera non si comprende nella dimensione della prassi ma della koinonia: il prete non è l’uomo del fare ma della comunione.

La sua donazione libera a Dio – espressione anche del suo celibato – gli consente di prendere parte all’intimità con il Signore, e questo rapporto viene espresso attraverso il ministero sacerdotale.

Gli atti del sacerdote sono atti che uniscono, che conducono al Signore, che permettono di entrare in relazione con Dio, affinché l’uomo sia salvato.

La dimensione verticale del rapporto con Dio si specifica in quella orizzontale dell’incontro con il popolo di Dio.

Il sacerdote è – secondo le belle parole di Benedetto XVI – un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore.

In questa vigna che è la Chiesa, c’è bisogno di una presenza unificante, docile allo Spirito Santo, affinché gli uomini siano un cuor solo e un’anima sola (cf. At 4,32).

La responsabilità più grande e faticosa che si richiede a un sacerdote è quella di generare, sull’esempio di Paolo (cf. 1Cor 4,14-16), una comunità di credenti in Cristo. Partorire con dolore una comunità che ami Dio e trovi gioia in lui.

Fulgidi esempi di sacerdotale virtù, hanno edificato la comunità ecclesiale attraverso la celebrazione seria e curata dell’Eucaristia, un costante studio e annuncio della Parola di Dio, la fedeltà all’insegnamento della Chiesa e il martirio quotidiano al confessionale.

Perché il sacerdote è come Abramo, intercede presso Dio per i peccati del popolo, e solo attraverso le ore passate in confessionale, impara a conoscere il suo gregge e comprende cosa significa veramente amore per il peccatore.

+ Per puro caso mi sono imbattuto nella conoscenza di un tipo di sacerdoti che si sono staccati dai lefevriani e sono stati accolti a Wigratzbad (Baviera) dai vescovi Stimpfle (focolarino), Ratzinger e, mi sembra, dal cardinale Castillon. In poche parole: sono approvatissimi dalla chiesa di Roma.

C’è un particolare: i seminaristi partecipano alla Messa in latino (con il rito della Summorum Pontificum), breviario in latino, studi severi di teologia, esami, disciplina interna molto forte, veste talare sempre portata senza eccezioni; eccetera.

Il confratello nella sua lettera, porta il caso del Seminario Internazionale di San Pietro di Wigratzbad.

Questo seminario appartiene alla Fraternità sacerdotale San Pietro che è una società clericale di vita apostolica di diritto pontificio. Eretta da papa Giovanni Paolo II il 18 luglio 1988 con sede presso l’ex abbazia cistercense di Hauterive in Svizzera per i sacerdoti e seminaristi reduci dalla Fraternità sacerdotale San Pio X.

Malgrado il termine di società clericale di vita apostolica, questo non è un Istituto di Vita Consacrata, quindi gli appartenenti non professano il triplice voto di castità, obbedienza e povertà. Canonicamente non sono inquadrabili come religiosi.

Il loro carisma è costituito essenzialmente dalla celebrazioni della messa e dall’amministrazione dei sacramenti secondo la forma extraordinaria del rito romano. A uno sguardo superficiale, tale istituto clericale può sembrare soltanto un nuovo avamposto del tradizionalismo. Ma non è così.

Nella lettera, vengono lodati alcuni elementi nella formazione dei seminaristi, come l’utilizzo della lingua latina, la severità nell’apprendimento della teologia e nello svolgimento degli esami, la disciplina rigorosa e l’uso dell’abito clericale senza eccezioni.

Personalmente mi chiedo se tali cose possano effettivamente bastare per formare un sacerdote cattolico.

A) L’uso della lingua.

Siamo tutti d’accordo nel ritenere il latino, la lingua ufficiale della Chiesa. Per tanti secoli tale linguaggio è stato veicolo comunionale – non solo liturgico – per i tanti sacerdoti sparsi nel mondo. Certamente l’unità linguistica può costituire un elemento veicolante dell’uniformità quando è espressione di un patrimonio comune e condiviso.

C’è da precisare come il latino è sempre stato usato da quelle classi sociali che potevano permettersi una solida istruzione: il popolo più semplice non poteva accedere a tale linguaggio. Si imponeva un problema di comprensione – anche della fede – che fu risolto in parte con la Biblia Pauperum e poi con la nascita della lingua volgare.

Tale problematica venne presa in esame già da Dante Alighieri che, nel De Vulgari Eloquentia, si pone l’interrogativo di una lingua comune. Lo scopo del trattato è quello di pensare ad una lingua volgare che possa rivestire una certa dignità letteraria sottraendosi all’egemonia del latino. Non viene criticato l’uso del latino, ma la possibilità di una vera alternativa che porti alla nascita di una lingua bella e comprensibile anche per coloro che non erano stati iniziati all’uso del latino. Con la Divina Commedia, Dante, dimostra che è possibile parlare di tematiche elevate, senza utilizzare il latino.

La Riforma Protestante con la traduzione in tedesco della Bibbia ad opera di Lutero, assestò un duro colpo al latino e alla sua pretesa di superiorità. Il popolo stesso decretò il successo di questo passaggio linguistico, non certamente privo di problemi.

Si è detto che il latino è la lingua di Dio, che esprime il mistero e il numinoso. Queste valutazioni appaiono corrette, tuttavia c’è da risolvere un problema.

Il problema consiste nel prendere coscienza che chi utilizza il latino deve effettivamente conoscere il latino.

Ciò significa studiare la lingua, le declinazioni, i verbi, i paradigmi, la struttura del periodo e tutto ciò che permette a una persona di poter veramente possedere la lingua.

Il solo fatto di leggere una lingua non è garanzia di conoscenza.

Paradossalmente si potrebbe leggere in tono retto – all’interno di una celebrazione – il De rerum natura di Tito Lucrezio Caro, senza notare una minima reazione tra i fedeli.

Spesso mi capita di ascoltare i canti in latino cantati dal popolo.

A volte, provo difficoltà a comprendere, perché i fedeli tendono a sfumare le desinenze finali.

Le desinenze sono fondamentali, perché identificano i casi della declinazione. Troncare la parola nel suo finale rende difficile la comprensione e il senso della frase.

Un tempo, quando la scuola pubblica insegnava il latino fin dalle scuole medie, il discorso era diverso. Si arrivava al ginnasio con un buon bagaglio linguistico da perfezionare nel proseguo degli studi. Lo studente riusciva non solo a capire ciò che leggeva ma riusciva anche a tradurre senza l’ausilio del dizionario.

I sacerdoti leggevano il latino perché lo conoscevano veramente.

I testi su cui i seminaristi studiavano, specie quelli di filosofia, erano in latino. Presumere di conoscere bene la teologia, passava per prima cosa attraverso un’ottima conoscenza del latino.

Solo grazie al padre vincenziano Guido Berghin Rosé i seminaristi degli anni ’50 e ’60 ebbero la possibilità di studiare la filosofia con un testo in lingua volgare. Quindi ben venga il latino, purché si conosca bene.

C’è poi il pericolo di considerare l’uso magico della lingua latina.

La credenza che la S. Messa in latino sia più efficace è parere diffuso, così come la convinzione di una maggiore potenza nelle preghiere recitate in latino. Grazie al cielo, Dio accoglie ogni preghiera non tanto per il veicolo linguistico usato, ma per il cuore e l’intenzione con cui viene proferita. Potrei citare l’esempio di Francesco d’Assisi che, conoscendo senz’altro il latino, utilizzò la lingua volgare per cantare le lodi a Dio.

C’è poi il problema della traduzione. Ciò, crea non pochi problemi in quanto spesso si preferisce utilizzare una traduzione libera che può alterare il senso originario del testo, oppure si arriva a purgare, snaturare o eliminare quanto riportato dai testi originali.

Queste brevi considerazioni mi servono per veicolare un concetto che può essere condivisibile o meno.

L’uso della lingua, determina non solo la consapevolezza di una comprensione intellettuale ma anche la capacità di favorire un’autentica e immediata relazione con il Signore. Utilizzare una lingua che non conosco e che non mi è propria, mi ostacola nell’essere parte attiva nell’incontro con Cristo. Posso anche ripetere parole splendide, ma se non comprendo ciò che dico, rischio di restare isolato.

Concludendo questa prima parte, è possibile affermare come il latino è utile solo nella misura in cui è ben conosciuto, altrimenti è meglio utilizzare la lingua volgare.

La paura che questa scelta possa essere di impoverimento alla liturgia o alla grazia che il Signore intende concedere ai fedeli è senza dubbio fuori luogo.

 

Credit: Wikipedia.