Latino e talare salveranno le vocazioni?

2^ Parte

 

Prosegue con questa seconda parte la lettura e il commento della lettera che un sacerdote ha inviato al blog del sito MessainLatino.it.

C’è un particolare: i seminaristi partecipano alla Messa in latino (con il rito della Summorum Pontificum), breviario in latino, studi severi di teologia, esami, disciplina interna molto forte, veste talare sempre portata senza eccezioni; eccetera.

In questo passo della lettera, si sottolineano i pregi e i punti di forza presenti all’interno della metodologia educativa, che il seminario della Fraternità sacerdotale San Pietro propone ai suoi allievi.

Ho già esposto il mio pensiero, riguardo all’uso e all’abuso della lingua latina, nel mio precedente contributo.

Adesso voglio prendere in esame i successivi punti.

B) Severità e disciplina.

Non ci sono più i seminari di una volta!

Può sembrare un luogo comune, ma senza dubbio questa frase esprime una grande verità.

La formazione dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa è cambiata molto velocemente e non sempre si sono visti dei miglioramenti. La qualità dell’offerta formativa si è arrestata in quanto ha dovuto fare i conti con un livello sociale che presenta numerose problematicità. Le nuove leve al sacerdozio e alla vita religiosa sono figli del loro tempo e i ragazzi presentano i contagi di una società edonistica e decristianizzata.

I miei ricordi di giovane novizio e postnovizio, mi riportano a una vita religiosa più semplice e regolare. Non troppi impegni da assolvere ma attenzione per la vita conventuale e fraterna.

La difficoltà risiedeva nel fatto di crescere nell’identità e nell’unità non nelle competenze.

Non si aveva il cellulare, si poteva telefonare a casa solo con il permesso del padre maestro una volta a settimana, non si era sempre fuori convento a rincorrere farfalle.

La realtà più formativa è stata l’assistenza ai frati ammalati dell’infermeria provinciale.

Aiutare i frati anziani a mangiare, cambiare loro il pannolone, lavarli, imboccarli, metterli a letto, costituiva una palestra in cui il carattere si forgiava, le motivazioni si irrobustivano, i limiti venivano smussati.

Mi duole ammetterlo, ma oggi molti luoghi di formazione assomigliano più a degli Ostelli della Gioventù in cui i ragazzi vivono la loro vita in autonomia. La serietà del percorso formativo ha ceduto il passo all’autogestione, non c’è più la volontà di provare il candidato per saggiare le sue motivazioni e la sua risolutezza.

Questa valutazione non è certo una critica, men che meno un rigurgito del passato, ma solo la presa d’atto che lo stile è mutato.

Spesso i ragazzi – poco più che ventenni – si ritrovano in seminario per i pochi atti comunitari e poi ognuno si isola all’interno della propria camera. Ci si gestisce come meglio si reputa, innalzando un muro di privacy impenetrabile. E quando qualche sorpresa sbuca all’orizzonte, tutti si trincerano dietro la solita frase imbarazzante: «ma noi, non sapevamo nulla…».

In alcuni seminari, basta rispettare gli orari di coprifuoco e di preghiera, dei pasti e dello studio, poi il resto è lasciato alla gestione del singolo.

Gli atti accademici e lo studio, assorbono buona parte della giornata del giovane seminarista, senza che ci sia un’educazione alla comunità, alla corporeità, alla responsabilità dei luoghi comuni, alla crescita nelle relazioni, al rispetto e al sacrificio verso il compagno.

Purtroppo alcuni stili sacerdotali che indispettiscono non poco i fedeli sono appresi proprio durante gli anni del seminario.

Gli stessi impegni pastorali di fine settimana, che rappresentano un buon addestramento alla maturità, sono adattati alle esigenze del momento o all’agenda del vescovo. Non esistono più dei riferimenti stabili, tutto è mutevole e fluido.

Davanti alle défaillance, ci si giustifica dicendo che tanto da prete ci saranno i collaboratori, la famiglia o magari la perpetua di turno a sbrigare quelle faccende che il prete non è in grado di fare. Certe cose non possono essere più condivisibili.

Penso che la priorità di tutti i luoghi formativi – diocesani e religiosi – sia la formazione e la maturazione di veri uomini, non la costruzione di manichini liturgici. Bisogna consapevolizzarsi del fatto che si deve dare forma a individui credenti e credibili non a manager, suorine mancate, imprenditori del sacro, politicanti, carrieristi, assistenti sociali o peggio.

Bisogna puntare al fatto che in seminario si viene per essere educati all’autenticità e questo richiede disciplina e autocontrollo. Non basta una buona riuscita negli studi se poi il seminarista è del tutto incapace di intessere relazioni umane mature, stabili e liberanti. Il consiglio del beato apostolo Giovanni è quanto mai valido: come posso amare Dio che non vedo, se poi non riesco ad amare e a rapportarmi al meglio con il mio fratello che vedo? (cf. 1Gv 4,20). La stessa preghiera personale e la vita liturgica otterranno dei benefici all’interno di relazioni umane significative.

Ben venga allora una formazione severa all’interno dei seminari, non tanto nella modalità quanto piuttosto nel raggiungimento dei fini. Sia benedetta quella formazione che conduce il candidato ad evidenziare e a superare i propri limiti, senza la paura di sperimentare i fallimenti. Poiché è nella concretezza della sconfitta che si rende presente la grazia divina che supporta e che apre nuove prospettive.

Non bisogna neanche temere di invitare il ragazzo alla valutazione di altre strade, qualora si giunga alla consapevolezza che la vita sacerdotale o religiosa non può procedere con serenità e libertà.

C) Abito talare

L’uso dell’abito talare è un’altra realtà controversa che spesso è motivo di fratture e di discussioni all’interno del clero.

La Chiesa si nutre di segni che esprimono la fede, rappresentano un’identità, compiono una profezia. Tra questi segni, occupa un posto di primaria importanza l’uso dell’abito religioso.

Anzitutto cerchiamo di capire ciò che l’abito religioso non è:

  • non è un motivo di moda o di vanità personale,
  • non è una divisa,
  • non esprime una realtà sociale o uno schieramento politico,
  • non è un mezzo per ottenere dei vantaggi o dei privilegi,
  • non è uno scudo dietro cui difendersi,
  • non è un feticcio,
  • non è un’opzione.

L’uso dell’abito religioso esprime il cambiamento che la persona assume davanti a Dio attraverso la scelta della propria consacrazione all’interno della Chiesa. L’abito è il segno esteriore di una promessa interiore definitiva, avvenuta nell’animo dell’uomo.

L’abito parla al mondo è proclama: appartengo a Dio.

Nel nuovo Direttorio per il Ministero e la Vita dei Presbiteri, pubblicato nel febbraio del 2013, ai num. 247-248 si legge: «In una società secolarizzata e tendenzialmente materialista, dove anche i segni esterni delle realtà sacre e soprannaturali tendono a scomparire, è particolarmente sentita la necessità che il presbitero – uomo di Dio, dispensatore dei suoi misteri – sia riconoscibile agli occhi della comunità, anche per l’abito che porta, come segno inequivocabile della sua dedizione e della sua identità di detentore di un ministero pubblico. Il presbitero dev’essere riconoscibile anzitutto per il suo comportamento, ma anche per il suo vestire in modo da rendere immediatamente percepibile ad ogni fedele, anzi ad ogni uomo, la sua identità e la sua appartenenza a Dio e alla Chiesa».

Da questo documento, appare chiaro, come l’abito talare o religioso sia il segno che primariamente rimanda a una promessa di vita resa a Dio. Subito dopo si ribadisce la necessità che il consacrato sia visibile e riconoscibile all’interno della Chiesa, come colui che ricopre il ruolo di pastore e di guida.

Per portare l’abito religioso in modo dignitoso è necessario rivestirsi pienamente di Cristo, altrimenti rischiamo di veder realizzato il noto proverbio che dice che ‘l’abito non fa il monaco‘.

Giorno dopo giorno, il seminarista e l’aspirante alla vita consacrata, si esercita per fare spazio a Gesù nel suo cuore e nei suoi pensieri. Si istruisce affinché le vestigia dell’uomo vecchio vengano bruciate, affinché l’uomo nuovo rinasca in tutta la sua bellezza. L’abito infatti esprime la bellezza dell’uomo che si dona a Dio.

L’abito deve essere cucito anzitutto nell’animo, primariamente deve esprimere la conformazione a Cristo, solo dopo il segno esterno avrà un suo senso. Tuttavia, poiché l’abito è anche un segno d’identità, è necessario portarlo fin da subito, abituarsi a vedere il proprio corpo con occhi nuovi, un corpo dove – anche esteriormente – Cristo ha preso dimora.

Per portare bene l’abito occorre tempo, gli anni della formazione dovrebbero soffermarsi maggiormente sull’importanza del segno e sulla teologia dell’abito. Privare i seminaristi o i religiosi dell’abito, in attesa di un traguardo  – ad esempio la professione religiosa o l’ordinazione diaconale – è un grande errore, perché si perde tempo prezioso affinché il candidato consapevolizzi sempre meglio la sua scelta di dedizione totale al Signore.

Ovviamente l’abito si può togliere in determinati casi e secondo il buon senso, non voglio soffermarmi adesso su alcuni esempi infantili e banali che denotano l’immaturità di coloro che portano l’abito religioso come un feticcio.

 

Credit: Wikipedia.