La Scomunica e il recupero del reo…che crede.

 

La Scomunica ha sempre destato una sorta di fascino e di inquietudine nell’immaginario collettivo.
Per alcuni evoca il medioevo, per altri diventa uno strumento di controllo delle masse in tempi di assolutismo religioso.
Fatti abbastanza gravi che hanno interessato la storia della Chiesa, hanno visto utilizzare la Scomunica come atto necessario per riportare l’equilibrio in tempi di disordine morale e dottrinale.

Ma cosa è realmente la Scomunica?

Nel Diritto Canonico, la Scomunica appartiene alla classe delle censure ecclesiastiche.
Si qualifica come pena medicinale insieme all’Interdetto e alla Sospensione.

L’espressione pena medicinale indica la volontà, da parte dell’autorità che commina la pena, di recuperare il reo che ha commesso il delitto e il successivo ristabilimento della comunione ecclesiale violata.

La Scomunica è la medicina di fronte alla malattia grave.

La Scomunica si definisce Latae Sententiae quando scaturisce da un comportamento delittuoso in quanto tale e non è necessario che venga esplicitamente comminata da un ente ecclesiastico.
Ad esempio, chi sottrae le particole consacrate dal tabernacolo o chi rende pubblica l’identità di un fedele e i suoi peccati, si trova ad essere scomunicato immediatamente.

Si definisce invece Scomunica Ferendae Sententiae, quella inflitta da un organismo ecclesiale a seguito di un provvedimento o processo canonico.

In parole molto povere, la Scomunica è l’atto ufficiale con cui la Chiesa prende la dolorosa consapevolezza che un battezzato si è posto al di fuori della comunione con Cristo e con il suo corpo ecclesiale.

Ci sarebbero altri chiarimenti da fare – soprattutto in ambito canonico – ma non è questa la sede adatta.

Quello che intendo sottolineare con questo mio articolo, è che la Scomunica – come provvedimento grave volto al recupero del reo – viene comminata in vista di una conversione. Convertirsi significa cambiare la propria persona dal profondo. Lo ripeto, dal profondo!

Ciò implica una mutazione anche esteriore del proprio essere, del proprio stile di vita, del modo di lavorare e di pensare. Considerare la conversione come tempo penitenziale che conduce verso un giubileo di grazia in cui il reo viene condotto dalla Chiesa a capire l’errore, e giunga il prima possibile a un totale recupero della comunione infranta.

Nel caso in cui la persona scomunicata non voglia ritornare alla rettitudine della fede e operare un cammino profondo di conversione, la Scomunica rischia di andare sprecata.

La conseguenza di un rifiuto al ravvedimento, comporta la morte spirituale della persona, l’ostinazione nell’errore e il pericolo serio della perdita del premio eterno.

Ragionando sul tema della Scomunica, cade come propizia la notizia apparsa su tutti i media, circa l’approvazione da parte dello Stato di New York della legge che consente di abortire fino al nono mese di gravidanza.

Tale legge ha destato sconcerto e indignazione.

I movimenti Pro Life sono giustamente insorti e numerosi cattolici hanno fatto sentire la propria voce a riguardo.
In particolare, diversi fedeli hanno chiesto di comminare una Scomunica al governatore Andrew Cuomo che è stato il firmatario di questa sciagurata legge.

Quello che sconcerta maggiormente in tutta questa vicenda è stata l’affermazione del portavoce del cardinale Dolan: “la Scomunica non dovrebbe essere usata come un’arma”.

Ora, pur non conoscendo l’identità del portavoce del cardinale – se laico o chierico – quello che desta meraviglia è il fatto che questo tale non sappia che la Scomunica è effettivamente un’arma.

L’arma contro il peccato a beneficio del peccatore.

Non è corretto e serio invocare l’uso strumentale della Scomunica, perché tale pena medicinale sussiste qualora ci sia effettivamente un delitto, di cui il reo è consapevole e che intende compiere.

Le Scomuniche non cadono mai a casaccio.

Il governatore Cuomo sembra essere cattolico e questa evidenza complica molto le cose.

Infatti se un cattolico che esercita una funzione pubblica è asservito al pensiero comune, quale testimonianza di fedeltà a Cristo può ancora manifestare?

La sua azione politica, come credente, deve potenziare e garantire il rispetto per la dignità di ogni persona.
La civiltà umanizzante tanto invocata oggi, si edifica attraverso la tutela dei deboli più indifesi.

La domanda che ci si pone è la seguente: può un uomo di fede e di cultura, preposto a un ruolo governativo, firmare una legge che è palesemente contraria al Vangelo e alla dottrina della Chiesa?

Sicuramente Cuomo, conosce i dieci comandamenti, la posizione della Chiesa in difesa della vita e le conseguenze canoniche previste per tali atti.

Da uomo di fede e di governo non avrebbe dovuto anzitutto proporre delle valide alternative a questo infanticidio legale? Legalizzare un omicidio non lo rende scusabile moralmente. Uccidere un neonato nel grembo della propria madre è paragonabile all’odioso reato di pedofilia.

Per Andrew Cuomo non sarebbe stato meglio scegliere di esercitare il diritto di obiezione di coscienza dando così una forte testimonianza all’America intera?

L’aborto procurato è un delitto serio, chi lo commette in prima persona e chi lo promuove in modo diretto commette peccato grave.

Il Codice di Diritto Canonico al canone 1398 espressamente prevede che: «Chi procura l’aborto ottenendo l’effetto incorre nella scomunica latae sententiae».

Questo canone, chiarisce che tutti coloro che concorrono in modo consenziente, diretto ed efficacie nel favorire l’aborto, incorrono nella Scomunica. Tale avvertimento vale per i medici, le ostetriche, il marito o il ragazzo della donna, la donna stessa e per tutte quelle persone che vi prendono parte.

L’aborto direttamente provocato è in sé un atto veramente criminale anche quando viene procurato per motivi eugenetici, terapeutici, per finalità socio-economiche o selettive.

Possiamo dire senza paura che un politico nel promulgare una legge che offre la possibilità di commettere aborto diretto, cade nella Scomunica.

Ovviamente la Scomunica prevede che il reo eviti di aggiungere scandalo al delitto già commesso, ricevendo la santa comunione, ricoprendo ruoli ecclesiali o compiendo atti liturgici.

Il governatore Cuomo si è forse convertito? La sua coscienza di cristiano non si commuove davanti al grido muto di tanti piccoli innocenti a cui la vita è stata strappata? Con quale volto si potrà presentare in chiesa e guardare negli occhi il Cristo crocifisso che gronda del sangue dei feti?

Chiediamo a questi innocenti martiri dell’aborto, di intercedere per il sedicente cattolico Andrew Cuomo affinché si ravveda e inizi il suo percorso di recupero in seno alla madre Chiesa.

Ma chiediamo e pretendiamo da ogni vescovo americano coraggio nell’esercizio del proprio ministero, richiamando paternamente ma virilmente tutti i politici che sostengono e promuovono l’aborto.

Abbiano il coraggio di proferire con forza il grido del Battista «Non ti è lecito!» (cf. Mt 14,4).

L’esempio è stato dato da Joseph Ratzinger diversi anni fa.

Benedetto XVI nel maggio del 2007, davanti a un giornalista che gli chiese se sosteneva i vescovi messicani nel loro avvertimento del rischio di Scomunica dato ai politici che sostenevano la legalizzazione dell’aborto, rispose dicendo: “Sì, questa Scomunica non è arbitraria, ma è permessa dal Diritto Canonico che dice che l’uccisione di un bambino innocente è incompatibile con la Comunione, che è ricevere il corpo di Cristo”.

Impariamo a chiamare le cose con il proprio nome, nella speranza che tante coscienze addormentate e tiepide si sveglino alla Verità che è Cristo.

 

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