La Chiesa riscopra la sua virilità evangelica

 

L’evangelista Marco alla fine del suo Vangelo, ci mostra Gesù nell’atto di rimproverare i suoi discepoli per la loro incredulità.

La durezza di cuore nel credere alla risurrezione, diventa motivo di sofferenza per il Signore, che giustamente interviene prontamente (cf. Mc 16,14).

Questa scelta di esercitare un atteggiamento severo, non rende Gesù uno smidollato ma un uomo autentico che non disdegna di esercitare la sua virilità quando è necessaria.

Più volte gli episodi evangelici ci mostrano l’immagine di un Gesù forte, sicuro di sé, risoluto, coraggioso, che si manifesta in azioni ricolme dell’impetuosità dello Spirito Santo.

La virilità è un tratto distintivo di Cristo e si può comprendere partendo dal mistero dall’incarnazione e dal suo essere vero uomo.

Tale atteggiamento si evidenzia nel buon padre di famiglia, nel marito attento e premuroso, nell’amico fedele, insomma in ogni uomo umanamente equilibrato.

Ecco perché l’uomo virile è anche capace di assumersi fino alla fine le proprie responsabilità, perché ha integrato una maturità personale che lo costituisce affidabile davanti agli altri.

Non abbiamo a dubitare minimamente come la Chiesa – che rappresenta Cristo nelle sue membra –, è costituita per esercitare una sana virilità e condurre i cristiani alla maturità necessaria per essere affidabili nella fede e coerenti nelle opere. Il traguardo della piena maturità di Cristo (cf. Ef 4,13) è un percorso dell’intera comunità ecclesiale sotto la pedagogia dello Spirito Santo.

A questo proposito è bene sottolineare un inciso nel testo marciano.

Alla fine del secondo Vangelo, è descritto il mandato che Cristo consegna ai suoi discepoli:

«Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno» (cf. Mc 16,15-18).

Tale mandato, si fonda anzitutto sulla fede nella risurrezione, poi sulla particolare assistenza che Cristo garantisce attraverso i segni epifanici del suo agire cum Ecclesia, infine sull’esercizio di una virilità concreta che non lascia spazio ai fraintendimenti.

In particolare, il versetto 18 dice espressamente: «[i discepoli che credono in Lui] prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno» (cf. Mc 16,18).

Capiamo bene, come queste parole di Gesù intendano provocare la Chiesa, affinché il ministero di annuncio del Regno di Dio sia portato avanti con una certa virile fierezza.

Cristo ci invita ad essere uomini e a non temere le situazioni difficoltose, ci premunisce già sull’eventualità di possibili scandali (cf. Mt 18,7), ma ci chiede fortezza e vigilanza per domarli.

Per chi ancora non se ne fosse accorto, annunciare il Vangelo e costruire la Chiesa non è roba per cuori deboli.

Il tempo di coloro che preferiscono lo stile di don Abbondio nel governo della Chiesa, deve necessariamente giungere al termine.

Cristo è chiaro nell’assumere la sua missione di Messia: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (cf. Lc 4,21). E l’oggi di Dio ha bisogno di virilità, perché la navicella della Chiesa possa uscire illesa davanti alle inevitabili tempeste della vita.

Di questi tempi – c’è da dirlo – non vediamo molti pastori che prendono in mano i serpenti o bevono i veleni; è più facile vedere sacerdoti e vescovi in pose imbarazzanti per qualche selfie o bere Spritz in costume da bagno (vedi qui, qui, qui, qui, qui). I più azzardati scrivono nelle loro bacheche social #restiamoumani, ma nulla più.

Nessuno oggi vuole affrontare i grattacapi, tutti ambiscono alla tranquillità delle proprie faccende, all’interno del tepore delle proprie canoniche.

Per i pastori affrontare le situazioni problematiche è un compito necessario, insito nel ruolo, gravoso ma indispensabile affinché la Chiesa cresca forte e sana.

L’annuncio del Regno, prevede l’esercizio di una fermezza virile affinché il terreno risulti ben dissodato e bonificato così da permettere al seme della Parola una crescita sana.

Il mandato evangelico, ci abilita ad esercitare con sicurezza una certa virilità di fronte alle situazioni spinose, proprio perché sperimentiamo la presenza attiva del Risorto e la sua vittoria sul mondo.

Nell’agire del pastore che crede, si scopre l’agire di Cristo che domina il male.

Certamente, la virilità richiesta ai ministri di Dio non deve essere confusa con la virilità del macho, dell’uomo che ‘non deve chiedere mai’; tale atteggiamento si alimenta attraverso la presenza di Gesù e del timore che ad esso è dovuto.

La virilità del pastore si genera dalla preghiera assidua e costante, dall’Eucaristia quotidiana, dalla docilità alle mozioni dello Spirito Santo infine dall’amore alla verità che rifulge in Cristo.

Molte situazioni che oggi la Chiesa non riesce ad affrontare correttamente e che sono occasione di scandalo, sono il risultato dell’incapacità di mostrarci virili davanti al mondo.

Siamo più preoccupati di finire sulle colonne delle testate giornalistiche anziché imbracciare le armi della fede e della Parola.

Sono proprio le storture che determinano sofferenza all’interno della comunità dei credenti, a invocare una reazione decisiva e autorevole da parte dei pastori affinché la giustizia sia ripristinata e l’inganno allontanato.

La stessa cura pastorale dei fedeli non è più palestra di perfezione evangelica ma salotto in cui discutere delle nostre vanità ed esercitare l’onnipresente buonismo.

Iniziare a chiamare con il proprio nome le situazioni e le strutture di peccato che ben conosciamo significa mostrarsi virili.

Non sottrarsi alle proprie responsabilità anche quando è faticoso e impopolare è mostrarsi virili.

Chiedere scusa quando si è consapevoli di aver fatto un errore che ha determinato un inciampo è essere virili.

Come spesso accade nella Chiesa, ogni manchevolezza è il risultato di un cuore indurito.

Ma è altrettanto vero che ogni manchevolezza, diventa nel tempo malattia inguaribile, segno di una volontà che esprime trascuratezza e sciatteria.

Ribadiamo la nostra voglia di appartenere a Gesù, gridiamo la nostra virile fortezza al mondo per essere nuovamente modelli di una vita credibile che non delude.

 

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