«Io ho fatto la mia parte, Cristo vi insegni a fare la vostra»

San Francesco d’Assisi e il recupero del cristianesimo

 

Cari fratelli cristiani, mettiamoci l’animo in pace, Francesco d’Assisi è un santo più vivo che mai.

Se solo provassimo un poco di stima nei suoi confronti, saremmo anche in grado di privarlo di quella grottesca maschera di ecologismo cattocomunista con cui viene dipinto dal mondo laicista e da numerosi cattolici con qualche problemino di identità.

Resto particolarmente stupito dall’equilibrio che è presente nella figura umana e spirituale di Francesco, la sua capacità di amare ogni creatura è strettamente legata alla consapevolezza che ogni essere vivente è immagine di Dio e partecipa della redenzione che Cristo ha operato attraverso la sua Passione e morte.

Francesco ha una visione del mondo cristocentrica, la sua fede non è stata contaminata da nessuna realtà esterna, per questo lo reputiamo a ragione uno tra i più grandi e illustri santi della Chiesa Cattolica.

Francesco è l’esempio più lampante del ‘puro di cuore’ secondo il Vangelo (cf. Mt 5,8), lui è un uomo totalmente adeso a Dio.

Il teologo francescano p. Guglielmo Spirito, propone un paragone tra Francesco d’Assisi e il personaggio tolkieniano di Tom Bombadil (cf. Guglielmo Spirito, “Tra San Francesco e Tolkien” Una lettura spirituale del Signore degli Anelli., Ed. Il Cerchio, 2003). Lo scritto del padre Spirito, sottolinea la dimensione di gratuità e di grazia, con cui Tom Bombadil vive e legge la sua esistenza. Per Tom, tutto è bello, tutto è dono, l’oscurità che deriva dall’Unico Anello non rappresenta per lui un ostacolo in quanto il suo animo non è incline alla bramosia del potere: è un puro di cuore.

Similmente, in Francesco d’Assisi non possiamo riscontrare alcun desiderio di possesso o di dominio sul mondo e sulle cose: è assolutamente libero interiormente. Libertà che saprà sapientemente gestire, sia davanti alla società del suo tempo – il Basso Medioevo – sia davanti alle prime avvisaglie dell’Umanesimo che seguiranno il suo secolo.

Francesco esercita la sua libertà anche davanti alla Chiesa e al papato, non si capirebbe altrimenti l’audacia con cui domanda a Onorio III – figura tutt’altro che malleabile – di poter fondare una nuova forma di vita evangelica, stando alle severissime disposizioni del Concilio Lateranense IV (1215) con cui si proibiva la costituzione di nuovi ordini religiosi. Oltre tutto la corte papale non era particolarmente favorevole all’assisano ma il solo cardinale Ugolino, futuro Gregorio IX, era un suo illustre estimatore.

Francesco non è un candido, un ingenuo o peggio un sempliciotto, anzi è ben consapevole del mondo con le sue difficoltà e asprezze ma non ne subisce l’influenza. Questa visione della realtà rappresenta un lungo e faticoso cammino di riconciliazione e di accettazione di sé a partire dalle imprescindibili istanze del Vangelo e dall’adesione alla persona del Cristo Salvatore.

In questa prospettiva, si capisce l’affermazione attribuita a Francesco morente: “Io ho fatto la mia parte; la vostra, Cristo ve la insegni” (cf. FF 1239) Francesco alla fine della sua vita, restituisce ai fratelli la libertà di seguire il Signore. Sta dicendo, in poche parole, che non ci sono scusanti per essere discepoli basta restare aperti e docili al vento dello Spirito Santo, così come lo è stato lui.

Chi conosce bene la figura di Francesco – non il personaggio improbabile tra uno scout, un hippy e Bob Marley – sa bene che ha dovuto affrontare numerosi problemi e incomprensioni in famiglia, nella sua città Assisi, dalla Chiesa e dai frati. Nulla però è riuscito veramente a distoglierlo dall’osservanza del Vangelo e dall’obbedienza alla persona di Gesù. Questo a mio modesto modo di vedere, deve pur dire qualcosa.

Oggi ci sono molti cristiani che manifestano una notevole scontentezza e insofferenza diffusa, tali sentimenti hanno evidentemente una loro origine all’interno del clima generale della Chiesa, ma la ragione è senza dubbio più profonda e personale.

Si critica la Chiesa, il Papa, i cardinali, i vescovi, i preti, i religiosi perché non fanno o non sono come dovrebbero essere.

Senza voler chiudere gli occhi davanti ai gravi ed urgenti problemi ecclesiali di oggi, possiamo dire che i tempi di San Francesco non hanno nulla da invidiare ai nostri.

Il secolo di Francesco vive un notevole fermento, alle rilevanti trasformazioni sociali e al rinnovato fervore economico si accompagna un risveglio politico e culturale notevole. All’interno della società ecclesiale si respira un certo torpore religioso insieme al desiderio di rinnovamento, non manca la presenza di una certa decadenza dei costumi anche tra i religiosi e gli ecclesiastici.

In questo clima molto fertile nascono i cosiddetti movimenti ereticali, millenaristi e gnostici, che erano portatori di una critica severa nei riguardi della Chiesa vista come società immorale, legata al piacere, al potere e al lusso.

Queste critiche non erano certamente prive di un certo fondamento di verità, tuttavia si dimostravano sempre destabilizzanti, generando sempre scandalo e disgusto tra i fedeli, minando la comunione ecclesiale.

Più che rinnovatori, questi movimenti erano intrisi da una certa demagogia rivoluzionaria.

La forza risiedeva nella destabilizzazione di ogni autorità [es. Dolciniani], nella pretesa di avere una certa unzione divina che consentiva loro di stare al di sopra delle parti [es. Catari], la presunzione di essere gli esclusivi detentori di una vita radicata nella più austera e autentica povertà evangelica [es. Poveri di Lione].

La loro forte personalità insieme alla capacità di presentarsi al mondo come persone virtuose, ascetiche e povere conquistava gli animi dei più, a discapito di un sano discernimento che avrebbe permesso di distinguere il vero dal fasullo.

L’abilità e l’equilibrio di Francesco non derivano da radicalismi protratti all’eccesso, la sua forma di vita non appare come una critica contro la Chiesa o come una condanna senza appello verso eretici, infedeli o i lontani dalla Chiesa.

Nella vita di Francesco si evidenzia l’opera autorevole di Cristo che compie una trasformazione radicale, una vera opera di grazia che passa per quella bella espressione latina all’interno delle pagine del Testamento: Dominus dedit mihi [ Il Signore mi diede ] (cf. Testamento FF 110-112.116.130).

Il Signore concede a Francesco diversi doni di grazia: il dono della conversione e penitenza; il dono della pietà verso la presenza reale di Cristo all’interno delle chiese e nelle chiese; il dono del rispetto verso tutti i sacerdoti che rappresentano il Cristo; il dono della comunione con i fratelli; il dono di una vita nuova tutta modellata sul Vangelo.

È bene ripeterlo, in Francesco non c’è radicalismo ma si evince la volontà di vivere l’essenziale che Cristo ha trasmesso ad ogni uomo attraverso la predicazione e l’annuncio della Buona Novella del Vangelo.

La vita buona del cristiano deve essere sine glossa, cioè senza nessuna aggiunta o edulcoranti.

Il deposito della fede che ciascuno ha ricevuto da Gesù è già di per sé sufficiente per vivere in comunione con Dio e con la comunità dei credenti.

Oggi il recupero della figura di San Francesco ci serve moltissimo se vogliamo imparare ad essere cristiani, cattolici e amare la Chiesa. Ognuno di noi può chiedere a Cristo i doni necessari per stare all’interno della Chiesa con cuore libero e gioioso. Non servono rivoluzioni e Masanielli, abbiamo bisogno di quella fede libera e liberante di Francesco che non si lascia sporcare dalle brutture umane per desiderare un vero rinnovamento.

La vita di Francesco appare come un grande capolavoro di conversione personale, lui non pretende di cambiare la Chiesa dall’esterno ma intende cambiare e conformare dall’interno la sua stessa persona guardando a Cristo. Francesco non si scandalizza mai del peccato del prossimo ma vigila affinché ci sia una costante attenzione che possa difendere dal peccato che offende Dio.

Penso che questo concetto rappresenti la sola vera leva per salvaguardare oggi la vita di tanti cristiani che desiderano essere fedeli a Cristo e alla Chiesa malgrado il disordine e il disorientamento continuo.

Il Papa e la curia romana hanno riconosciuto la bontà e la validità dell’esempio di Francesco poiché lui è l’esempio del violento che riesce a conquistare il Regno di Cieli (cf. Mt 11,12), è l’uomo che non si arrende: «Essendo il regno dei cieli Cristo Signore e divenendo vero regno dei cieli solo in Lui, con Lui per Lui, chi vuole essere regno di Dio nel regno di Dio per il regno di Dio, deve farsi violenza. Deve mettere tutta la sua forza. Deve combattere contro tutto il mondo. Deve sempre sostenere la verità del Vangelo anche quando tutte le religioni della terra, tutte le filosofie, tutte le antropologie, tutte le psicologie, tutte le scienze, gli stessi che ieri erano con il Vangelo e ne sostenevano la sua solidità oggettiva, dovessero schiararsi contro di esso. Lui deve rimanere fedelmente ancorato alla sua verità, al Cristo che è in esso contenuto e rivelato in ogni sua parola. È questa la violenza che Gesù chiede a chi vuole essere vero regno dei cieli oggi, sulla terra e, domani, nel suo Paradiso per i secoli eterni. È una violenza di fede per la fede» (cf. Movimento Apostolico).

Francesco ha custodito il buon seme della Verità di Cristo e lo ha donato ai suoi frati sul finire della sua esistenza terrena. Questo seme è ancora presente e non si è esaurito, ha ancora la forza di produrre abbondante frutto per sfamare tanti uomini affamati e assetati di Dio.

Chiediamo a Dio che ci insegni a fare la nostra parte, Francesco d’Assisi non è un extraterrestre è solo un cristiano che ha preso sul serio il Vangelo, non ha preteso effetti speciali dalla Chiesa ma ha saputo rendersi speciale nella Chiesa per ristrutturare una Chiesa ormai in rovina.